Il caffè Starbucks a Milano serve per fare conversazione

settembre 17th, 2018, category: Blog, 0

Diversi tipi di valutazioni (socio-economico, culturale o politico) sono possibili per quanto riguarda l’arrivo (molte volte annunciato in passato) dell’americana Starbucks in Italia, in questo caso a Milano nello storico edificio delle Poste di piazza Cordusio. Allo stesso modo è possibile disquisire e dissentire sulla proposta di un’altra idea di caffè, certo eretica per gli esegeti dell’espresso nostrano, ma che si è affermata come format internazionale, a partire – vuole la leggenda – proprio dalla frequentazione del gran capo Howard Schultz di un locale milanese nel 1983.

starbucks-1350-675x275

Senza entrare in questi massimi sistemi, ho voluto guardare a come è stato concepito per quanto riguarda il rapporto con il pubblico, l’organizzazione degli spazi, i servizi offerti; insomma la logica delle scelte progettuali, evidentemente collegate a condizioni e contesto di mercato, committenza, economia e risorse. Scelte che per necessità provano a interpretare (e quindi possono essere interessanti) i modi di vivere, le aspirazioni e l’immaginario di qualcuno o di molti, a veder le lunghe code di persone in questi giorni, mosse da pubblicità, buona comunicazione assieme alla logica onnipresente dell’Evento.

Starbucks in giro per il mondo è sinonimo di luoghi dove si servono diversi tipi di caffè, ma soprattutto è possibile sostare aparlare, leggere, studiare, lavorare, circondati da arredi semplici e accoglienti, con un servizio amichevole. Da qualche anno solo a Seattle e Shangai è stata introdotta la formula nuova del Roastery, che esibisce il processo produttivo e preparatorio del caffè con macchinari in bella vista e spazi divenuti più ampi e conviviali. Questa è la ricetta proposta a Milano, che spiazza rispetto all’idea medium-profile della catena che tutti conosciamo, integrata da un deliberato e dichiarato omaggio all’Italia, con il cibo di Princima soprattutto la novelle vague del food italiano con il gelato molecolare all’azoto del torinese Alberto Marchetti, fino al recupero dell’icona degli strumenti di segnalazione a palette di Solari, storica presenza in aeroporti e stazioni, precocemente pensionati in nome di una fraintesa idea di rinnovamentotecnologico permanente, anche senza necessità. Un interno quindi a metà strada fra torrefazione, luogo della produzione e del servizio, dove materiali e arredi, realizzati con artigiani e imprese nostrane, definiscono in sostanza una scenografia, una sorta di messa in scena dello spettacolo della preparazione e della fruizione del caffè, o meglio di un certo tipo di caffè. In verità, omaggio ai tempi, avevamo già assistito alla parziale messa in discussione del rito dell’espresso domestico o da bar soppiantato dall’inodore, incolore, spesso insapore, cialda in plastica e macchinetta relativa.

Indipendentemente dalle possibili letture, dall’affinità e rispondenza ai gusti individuali, lo Starbucks milanese sembra registrare e proporre un nuovo standard per i locali pubblici, in particolare per lo storico caffè, non diversamente da come era accaduto anni fa, ad esempio, con Eataly per la grande distribuzione food.

La progettista Liz Muller – nata olandese, poi passata per Sud Africa e Stati Uniti – afferma con orgoglio di essere partita nella concezione dello Starbucks milanese “dalla fine”, immaginando cioè cosa avrebbero voluto le persone, cosa sarebbe stato giusto far trovare perché fossero a loro agio, avessero una esperienza gradevole e gratificante. Messaggio per architetti-star e arredatori (e i loro committenti e agiografi): il tempo dell’auto-rappresentazione del proprio super-ego, senza o poca cura per persone, ambiente e fruizione, è ormai finita.

Ma alla fine certamente, parafrasando quanto diceva il divo Philippe Starck a proposito di un suo oggetto e gli inglesi a proposito del weather: Starbucks non serve (solo) per bere il caffè, servirà (anche) per fare conversazione.

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 8 settembre 2018

Charles Eames, design democratico oltre il tempo

agosto 21st, 2018, category: Blog, 0

 

images

Poche figure hanno avuto più influenza nella storia del design che Charles Eames (Saint Louis, 17 giugno 1907 – Saint Louis, 21 agosto 1978), architetto e designer americano, mancato 40 anni orsono ma la cui notorietà ed esempio sono quanto mai vivi e attuali.

La sua attività – da sempre condotta con la moglie Ray Kaiser in un sodalizio dove la fusione fra vita e progetto è stata strettissima e emblematica – ha spaziato in numerosi ambiti, dal design alla grafica all’architettura, passando attraverso ricerche artistiche bi e tridimensionali, fotografie, ma anche una ricca produzione filmica.

Gli Eames infatti hanno costantemente guardato alla diffusione del buon progetto attraverso ogni strumento, dall’insegnamento ai giochi didattici, dalla fotografia al film (questi ultimi assolutamente da vedere, ad esempio su http://www.eamesoffice.com/).

Nel campo dell’arredamento hanno progettato molti classici, in particolare sedie, esito di percorsi di ricerca e buon disegno, entrati nella storia ma sopratutto nella vita quotidiana di milioni di persone: dalle sedute legate alle sperimentazioni sulle forme organiche e il playwood, il multistrato di legno che permetteva linee sinuose e avvolgenti, su cui aveva iniziato a lavorare per l’esercito durante il secondo conflitto mondiale, alla prima sedia con scocca unica in plastica dell’immediato dopoguerra e ancora alla archetipa e “definitiva” Alluminium chair per ufficio, innovativa per l’uso dell’alluminio e l’estremo comfort.

Rappresentano il risultato della volontà di realizzare un prodotto industriale di grande-media serie adottando tecnologie d’avanguardia e allo stesso tempo renderlo economicamente accessibile a una vasta massa di utilizzatori, secondo un’ideale democratico del design.

Obiettivo non era l’arredo autoriale, che caratterizzava (continua in verità a caratterizzare molte archi-designer star) il lavoro di molti progettisti, ma il pensiero e la ricerca nel design come strumento che, attraverso il dialogo con l’industria, permetta di raggiungere il massimo numero di persone.

Un ruolo decisivo per la formazione e la crescita intellettuale degli Eames, come del resto per tutta una generazione di architetti e designer americani, da Florence Knoll a Harry Bertoia, l’ebbe fra le due guerre la Cranbrook Academy of Art, fondata da Eliel Saarinen e proseguita dal figlio Eero. Eames vi insegnò a lungo e lì ebbero origine duraturi rapporti di amicizia e lavoro. Proprio con Eero Saarinen, Eames partecipa al concorso “Organic design in home furnishing”, indetto nel 1940 dal neonato MOMA di New York, con una serie di sedie denominate Organic armchair. Esse sono all’origine di un’intera famiglia progettuale di sedute a scocca avvolgente che unificano sedile, schienale e braccioli, poi tradotte in legno curvato, materia plastica, ma anche tondino di ferro.

Come conferma la sedia in legno curvato del 1946 per la Herman Miller, che da allora ha realizzato la maggioranza dei progetti di Eames – oggi invece prodotti dall’europea Vitra – , dalle linee arrotondate e avvolgenti, intuitivamente ergonomica, disponibile anche con piedi in tubo d’acciaio; o ancora di più con la dining armchair DAX del 1948 in resina di poliestere rinforzata in fiberglass, ai tempi un materiale strettamente aeronautico: sotto un’unica scocca, presto stampata in diverse varianti di colore, a seconda delle necessità d’uso, potevano collocarsi sostegni differenti, dalle famose gambe a traliccio ,“Eiffel tower”, a quelle con rotelle per l’ufficio.

Anche l’approccio all’architettura degli Eames è di evidente ispirazione “industriale”. La loro casa-studio di Los Angeles, dell’immediato dopoguerra, è realizzata con una struttura d’acciaio e parti prefabbricate. La caratterizzano le grandi pareti vetrate, le soluzioni cromatiche-decorative per gli esterni, riprese poi nei mobili contenitori per l’interno, ma soprattutto un’idea di “globalità”, di tutto unitario, del progetto ma anche della vita, per cui il lavoro e i suoi spazi sono contigui e continui con l’abitazione.

Oggi molti designer guardano al linguaggio, allo stile di Eames, mentre sembra meno inteso il significato profondo di volontà-necessità di dialogo con il proprio tempo, per indirizzare ricerca e creatività verso risultati non necessariamente influenzati dal mercato e forse proprio per questo destinati a durare nel tempo, oltre le mode.

In questo senso la poltrona con poggiapiedi 670 in pelle nera e playwood è un oggetto emblematico: forse un pò difficile ed elitario, ma inarrivabile per eleganza, compiutezza e correttezza di progetto. Insomma, oltre il tempo. Charles e Ray l’avevano disegnata per il compleanno dell’amico regista Billy Wilder nel 1957: racconta al meglio l’epoca d’oro di una (certa, non tutta naturalmente) “nuova”cultura americana, del cinema, l’architettura e il design, l’arte: (in apparenza) facile e assieme colta, confortevole e moderna, “industriale” e legata alle necessità/desideri/immaginario delle persone.

10b-1954-chaise-lounge-eames

 

 

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 21/08/2018

 

Fulvio Cinti e Auto&Design nella storia del design italiano

agosto 17th, 2018, category: Blog, 0

 

 

download

 

Fulvio Cinti, che è mancato qualche giorno fa a novantasei anni, merita un posto speciale nell storia del design italiano. Dalla fine degli anni Settanta con la sua rivista “Auto&Design” ha sostenuto, affiancato e divulgato in tutto il mondo la cultura del car design italiano, dando parola ai designer, costruendo sistemi di comprensione della specificità della linea italiana.

Fulvio poi è stato per me un amico. Mi chiese molti anni fa di collaborare alla rivista, scrivendo non di auto ma di design, di arredamenti, di oggetti e altro. Un giorno, assieme a Marco Fornasier, abbiamo progettato una rivista, certo controcorrente ai tempi delle firme e dei brand, che volevamo chiamare orgogliosamente Industrial design . Non siamo arrivati in fondo, ma è un ottimo ricordo che ci ha legati e di cui parlavamo assieme vedendoci.

Da tempo avevo immaginato di intervistarlo per farmi raccontare e lasciare traccia di “prima voce” di un protagonista che ha accompagnato cinquant’anni di storia del car design. Pensi sempre ci sia il tempo, ma non c’è stato.

Dieci anni fa scadeva uno dei decenni tondi della mia vita; lui aveva ottantacinque anni e venne da solo da Torino con la sua Alfa rossa alla mia festa di compleanno in Brianza, portando come un signore d’altri tempi delle rose per mia moglie, la padrona di casa. Fu un grande piacere e un onore: lui era così, un giovane ragazzo pieno di energie e passione per il proprio lavoro, le automobili, le persone.

Mauro Masera, fotografo del design italiano

marzo 12th, 2017, category: Blog, 0

mostra a cura di Alberto Bassi e Carlo Masera

Università Iuav di Venezia
Tolentini, Aula Magna
20 marzo – 19 maggio 2017

27793

Mauro Masera è fra i maggiori fotografi del design italiano.

Nato nel 1934 e sempre vissuto a Milano, si forma nell’ambito della fotografia industriale, entrando presto in contatto con importanti graphic designer – come Erberto Carboni, Pino Tovaglia e Michele Provinciali – con i quali collabora assiduamente e attraverso cui conosce architetti e designer nonché le più importanti aziende italiane, avviando rapporti destinati a durare nel tempo. Fra queste, vanno ricordate Gavina, Kartell, Arflex, Cassina, Zanotta, Tecno, Alessi e Fontana Arte. Numerose sono anche le collaborazioni con le riviste di design e arredamento, come “Abitare” e “Ottagono”.

Nella fase storica del design, che ha inizio negli anni Cinquanta e prosegue nei decenni successivi, l’attività di Masera si affianca perciò a quella dei protagonisti della fotografia, come Aldo e Marirosa Ballo, Giorgio Casali, Oliviero Toscani o Serge Libis.

Il lavoro di Masera si caratterizza per alcuni aspetti specifici, come l’attenzione ai caratteri, agli elementi compositivi e al dettaglio degli oggetti, anche come esito della sua formazione nella fotografia industriale.

Un altro aspetto è costituito dall’attitudine a organizzare lo spazio fotografico, facendo dialogare e interagire i prodotti con le figure umane, in una modalità che è in parte tipica di un momento storico, ma sottolinea un interesse verso la dimensione e gli aspetti della vita quotidiana e delle persone.

In occasione dell’acquisizione da parte dell’Archivio Progetti dell’Università Iuav di Venezia dell’archivio professionale di Mauro Masera è stata predisposta una prima ricognizione dell’attività e del ricco patrimonio fotografico e documentale.

Con l’intenzione di fornire una lettura ampia del lavoro, che metta cioè in relazione committenza industriale e progettisti nell’ambito del prodotto ma soprattutto della comunicazione visiva, la mostra è strutturata in sezioni che ricostruiscono vari momenti dell’attività professionale, evidenziando di volta in volta il rapporto con grafici, imprenditori, editori, altri fotografi ed esponenti della cultura del progetto.

Le immagini fotografiche sono affiancate da documenti, cataloghi aziendali e riviste allo scopo di comprendere meglio il significato e il contesto d’utilizzo.

8.03128316

 

in arrivo, design contemporaneo. istruzioni per l’uso

marzo 12th, 2017, category: Blog, 0

1) Professor Bassi, la Sua ultima fatica, appena uscita per i tipi del Mulino, si intitola Design contemporaneo: quali sono le tendenze e i linguaggi del design dei giorni nostri?
Design contemporaneo Alberto BassiLo sforzo condotto nel libro è di costruire, oltre la pratica prevalente della pura cronaca, una varietà e complessità di strumenti di lettura, comprensione e valutazione dei differenti modi di intendere e praticare il design. Nel senso che la dimensione formale e linguistica rappresenta certo un componente rilevante ma non unica per capire cosa sta succedendo nel design. Di frequente sono più rilevanti dinamiche complessive, come il ruolo sempre più rilevante delle cose cui semplicemente accediamo (come internet) senza averne il fisico possesso, perché ciò è in grado di mutare radicalmente il mercato o i prodotti. In ogni caso è da tempo evidente che determinate tipologie di prodotto sono ormai mature (dall’automobile a un certo modo di intendere l’arredo) mentre nella nostra vita quotidiana hanno rilevanza quelli che chiamo super-oggetti, ad esempio le macchine dispensatrici di servizi o prodotti (il biglietto del treno o il caffè) dove conta la qualità dell’interazione fisica tecnologica. Certo più in generale si può sostenere che siamo di fronte a una divaricazione per quanto riguarda il design degli artefatti: da una parte l’oggetto-tecnologico (come il telefonino o il computer) fornito di grande appeal e impatto sull’immaginario collettivo, dall’altra gli oggetti che adottano linguaggi riconoscibili (come il cosiddetto retrodesign che ripropone ridisegnato prodotti storici, ad esempio l’auto Mini o 500 o lo stile anni ’50 nell’arredo) ed di immediato impatto per la conquista del mercato, all’insegna di una variazione nell’ omogeneità.

2) In che modo la digital fabrication influisce sul design?
La digital fabbrication oggi è utilizzata o per integrare processi e sistemi industriali avanzati oppure in una logica di processo completo dal progetto alla produzione al prodotto, nelle strategie maker o di autoproduzione. In entrambi i casi si tratta di un impiego limitato e parziale a fronte di prospettive radicalmente nuove che si possono aprire al sistema complessivo di progetto-produzioine-distribuzione-comunicazione-consumo. Basta pensare alle opportunità della idea di fabbrica diffusa e infinita, a chilometro zero, resa possibile dal progetto producibile on demand e just in time appoggiandosi ai sistemi locali di fab lab e lean production operanti in rete, potenzialmente in tutto il mondo, superando questioni di logistica, gestione organizzativa e di processo.

3) Viviamo nell’epoca del design diffuso: qual è e quale potrà essere la funzione del design nella nostra società?
Sicuramente le nuove tecnologie progettuali, produttive e comunicativo-distributive stanno aprendo la strada a possibilità di diffusione delle pratiche progettuali, che va detto rimangono perlopiù in un dimensione di Do It Yourself in sostanza amatoriale e hobbistica, in una equivoca coincidenza fra disponibilità di strumenti e competenze progettuali. Questo vuol dire che invece sono sempre necessari designer esperti forniti di formazione e strumenti metodologico e culturali disciplinari per fare “buon design”, in grado di intervenire proficuamente e positivamente nella società e rispetto alle persone. C’è moltissimo ancora da progettare bene e, nelle nuove condizioni complessive, di nuovo.
La questione non è tanto diversa se pensassimo di poterci rivolgere a un conoscitore, un amatore delle cose di medicina nella necessità di un’operazione al cuore; cerchiamo naturalmente  invece un chirurgo. Quando facciamo o scegliamo design, siamo disposti a farlo e rischiare con dilettanti?

4) Nel Suo testo, Lei utilizza l’acronimo SLOC per descrivere il panorama entro cui opera il design contemporaneo: a cosa si riferisce?
Small, local, open e connected sono gli elementi che configurano un nuovo paradigma determinato da inedite condizioni, con cui confrontarsi anche per progettare prodotti, sistemi e servizi al servizio delle esigenze reali delle persone, non solo delle logiche di un capitalismo finanziario globale generatore di crisi e conflittualità permanente. Una possibilità che consente di ripensare davvero il destino (in parte purtroppo già perduto) della manifattura italiana, storicamente segnata da capitale territoriale, sociale e cultura del fare e progettare.
Think local e act global, invertendo i termini di uno slogan diffuso, può essere una strada praticabile.

5) In cosa si distingue il Made in Italy contemporaneo?
Permangono alcune qualità storiche – imprenditoria, cultura del progetto, sistema complessivo e articolato dei settori del design o moda; e ancora flessibilità e variazione produttiva – ma è evidente l’urgenza di un rinnovamento anagrafico e socio-culturale, di imprese, designer e la filiera allargata degli operatori e professionisti, ricollocando al centro ciò che sappiamo fare meglio: ricerca, innovazione e design, muovendo dalle condizioni e presupposti locali per operare in una dimensione globale.

 

Auto, gli addii di Giugiaro e De Silva: se il car design va smobilitandosi

novembre 7th, 2015, category: Blog, 0

Walter De Silva è stato il designer del rilancio (anche economico) di Alfa Romeo con la 156 (1997), progetto colto e intelligente, sensibile ai caratteri e all’identità storica, a cui per due decenni hanno guardato tutti i modelli del marchio ex-milanese, poi Fiat.

alfaromeo156-l-d96b5c924c37d054

Non avendo bisogno la casa madre torinese di un buon designer (…), De Silva si trasferisce in Seat e successivamente guida per molti anni il design del gruppo Audi-Volkswagen, contribuendo anche all’approdo dentro lo stesso gruppo automobilistico tedesco dell’Italdesign di Giorgio Giugiaro, anch’egli probabilmente ritenuto non utile né necessario (…) al design delle automobili del gruppo Fiat, poi Fca.

Giugiaro ha di recente venduto il marchio, De Silva andrà in pensione a fine novembre da Volkswagen, esito, fra l’altro, del processo di trasformazione proprietaria-societaria nonché del difficile momento dopo lo scandalo emissioni. La chiusura dei legami con l’industria tedesca di due importanti car designer, anche se assai differenti per ruolo e competenze, fornisce lo spunto per tornare a parlare della difficile situazione italiana del settore.

Fiat e le sue aziende sono ormai da tempo fuori dall’Italia in una direzione evidente (e certo legittima ma discutibile) che privilegia finanza e business non certo il buon progetto, col quale si fanno anche gli affari (sulla Golf di Giugiaro qualcuno campa dagli anni Ottanta) – in attesa dei prossimi, purtroppo assai prevedibili, risultati della gestione della Ferrari “da borsa” –; gli storici carrozzieri-car designer hanno chiuso o vanno smobilitando; il resto di un settore, un tempo florido e fondante per l’economia italiana, mostra segni evidenti di difficoltà.

Si può dire che questi sono i nostri tempi, che così vanno le cose, che il mercato è diventato globale, il business è business e così via cinicamente banalizzando. Ma qualcosa non torna.

Sembrano essere mancate significative riflessioni e azioni pubbliche di intervento politico (nel senso alto di “servizio alla polis”), strategico, di incentivo a investire, fino alla salvaguardia; sono state carenti le iniziative imprenditoriali private ma anche le posizioni sindacali non solo conservative dello status quo e delle “rendite di posizione”; e ancora adeguate riflessioni di natura economica e culturale che permettessero di provare ad affrontare il difficile contesto contemporaneo di impresa, lavoro (e ruolo del progetto).

Sul mercato infatti si sta anche e grazie a tutte queste condizioni. Si può continuare a dire che così va il mondo, ma qualcosa non torna; soprattutto se si sceglie di guardare le cose dal punto di vista delle possibilità di benessere, non solo economico naturalmente, delle persone.

Da dove si ricomincia? Come si fa ad avviare un rinascimento imprenditoriale nel nostro Paese? Questo dovrebbe essere il grande tema del dibattito politico e culturale.

Nuova Alfa Romeo Giulia e Giugiaro: il car design italiano è finito?

luglio 10th, 2015, category: Blog, 0

183450196-9a57df3b-3732-4df2-b289-402e9648966a

Da giorni resisto al commento sulla “vecchia” nuova Alfa Giulia. In quanto mi interessano alcune riflessioni più generali, evito le valutazioni puntuali, che lascio ai più periti e tecnici, ma non si può non dire che “non c’entra niente con l’Alfa”; ovvero che si tratta di un’auto aggressiva e forse un po’ cafona, non particolarmente originale (come peraltro il restyling piatto e commerciale del marchio) con pesanti affinità ad esempio con Bmw serie 3 o altro a scelta, lontana da ogni riferimento al family feeling storico di Alfa, fatto di sportività ed eleganza (come ancora ben testimoniava, ormai oltre un ventennio orsono, la 156 del rilancio di Walter De Silva, non a caso da tempo all’Audi).

La favola che “è quello che vuole il mercato” (quale mercato? quali consumatori? conta la domanda oppure l’offerta?) ormai non si può più raccontare nemmeno ai bambini. Certo il mondo è cambiato; la gestione Marchionne ha ben poco interesse per il progetto, ma almeno il concetto di brand identity dovrebbe suggerire qualcosa al mondo marketing (e financial) driven del gruppo Fca. Non interessa qui entrare nella questione se un certo modo di intendere l’azienda abbia salvato o meno Fiat; preme invece sostenere (e il discorso vale per molte imprese con analoghe impostazioni) come una buona gestione economica (reale o presunta) non sia necessariamente incompatibile con un buon design, esito fra l’altro non solo di un mixing di singoli elementi derivati da modelli di successo presenti sul mercato, inevitabilmente disorganici e disarmonici.

Ignorare la presentazione dell’Alfa Giulia diventa però impossibile nel momento in cui si apprende, in questi giorni, della vendita definitiva ai tedeschi di Audi di Italdesign, la società di progettazione di Giorgio Giugiaro, uno dei maggiori car designercontem
poranei, autore di autentici long sellers, come Golf, Panda, Uno e Punto, insomma anche di tutte le ultime Fiat di successo. Scontato rilevare che si tratta di un ennesimo pessimo segnale per l’industria e per il car design italiano. Una grave perdita (ultima della crisi-dismissione di molte aziende del settore del design, di gruppi auto e motociclistici in Italia) maturata nel tempo e passata piuttosto sotto silenzio nel mondo delle imprese (dove sono finiti imprenditori e ‘capitali coraggiosi’ in Italia?), delle associazioni di categoria industriale (di cui sono da tempo evidenti i limiti nel farsi portatori di un’idea forte di ‘cultura d’impresa’, ma anche di strategia, forza e autonomia), dei media (a quando un ragionamento su scarso coraggio e vocazione ‘pubblica’ di stampa e televisione, nonché intellettuali, nostrani?).

Dentro l’obbligata dimensione internazionale (per cui forse a volte marchi italiani funzionano meglio in mani straniere) e un sistema socio-economico-culturale in velocissima trasformazione, per il nostro Paese continua a non essere riconosciuta – da parte di politica, industrie, luoghi della ricerca, opinione pubblica – la centralità di una riflessione profonda (non improvvisata, strumentale o anacronistica) sui temi dell’impresa e del lavoro(e della formazione), seguita da investimenti strutturali di medio e lungo periodo. Si tratta fra l’altro del fondamento di una politica progressista, che non può che essere vocata innanzitutto a superare le attuali intollerabili condizioni di diseguaglianza socio-economico-culturale etc.
Non è sempre vero che i soldi non ci sono, la questione è dove si impiegano. Pare che manchino per investire in ricerca e innovazione (scontato ricordare che tutto il settore dell’automobile produce da tempo vetture ibride e molto altro, ma non Fca) e pagare un designer per realizzare una Giulia di buon progetto, ma ci siano invece per andare alla conquista del mercato con campagne pubblicitarie, immagino non gratuite ma di certo non propriamente memorabili (a base di decotti testimonial oppure financo offensive e volgari).

Progettazione e produzione di mezzi di trasporto (automobili, moto, biciclette, treni etc.) sono stati in Italia ‘motori’ fondamentali e riconosciuti nel mondo; hanno generato economie, lavoro e benessere: cosa ne rimane oggi? Fra le altre cose, Italdesign è stata venduta e noi abbiamo la “nuova” Giulia.

pubblicato su “il fatto quotidiano”, 10 luglio 2015

Il bastone da selfie è l’oggetto dell’anno

giugno 22nd, 2015, category: Blog, 0

Comparso un paio d’anni fa soprattutto nelle città d’arte, proposto a basso prezzo da venditori ambulanti, è divenuto ormai almeno nel nostro Paese un fenomeno diffuso, intercettato ora anche dalla produzione industriale e dalla distribuzione commerciale più allargate. Stiamo parlando del bastone su cui montare lo smartphone per fare autoscatti fotografici o autoriprese video, allo scopo di consegnare se stessi e i momenti esaltanti (reali o presunti) della propria vita alla storia o, più banalmente, ai social network condividendoli con una cerchia ristretta oppure planetaria di followers.

Non interessa qui aprire una riflessione su caratteri culturali, sociali, psicologici, estetici di tale pratica, su cui molti si sono già espressi e su cui ognuno può vantare opinioni legittime.

Meno affrontata la questione dei caratteri di questa tipologia di oggetto. Si tratta di un prodotto low cost, tendenzialmente usa e getta, di qualità formale e funzionale modesta, divenuto però un autentico best seller.

La cosa aiuta a riflettere sulla condizione – per dirla in modo articolato e colto ma utile –  degli artefatti estetici dentro l’’economia del simbolico‘. Cioè su come i prodotti nel mercato capitalistico esistano al di là della corrispondenza a una funzione oppure della stretta relazione costo-valore, bensì trovino modalità privilegiata di valorizzazione attraverso la costruzione e stimolazione di un immaginario simbolico, evocativo, emozionale. Insomma non si compra (solo) quello che ci serve (abbiamo quasi tutto e di certo abbastanza, almeno in Occidente) ma ciò che ci racconta storie, solleticando fantasia, sogni e desideri.

Il successo del business del selfie stick intercetta infatti alcune ‘necessità’ anche simboliche e ne esemplifica le conseguenze: risponde all’esigenza di fotografarsi (e poi ‘mettersi in vetrina’) ottenuta con un gadget di costo e qualità ridotti, destinato a divenire in fretta l’ennesimo scarto dentro un sistema globale senza troppo controllo per quanto riguarda crescita infinita e sostenibilità.

Si tratta di un prodotto che nasce e si afferma fuori dalle logiche delle ‘scientifiche ricerche di mercato basate sulle presunte domande dei consumatori, ma anche dalle raffinatezze della cultura del brand o del design. Una sorta di progetto ‘dal basso’ caratteristico dei tempi della rete e del digitale, della proliferazione, diffusione e democraticizzazione degli strumenti di progetto-produzione-distribuzione-comunicazione-consumo. Analogo, solo per fare alcuni esempi, ad altri fenomeni solo apparentemente lontani e differenti, come street fashion, autoproduzione e Diy, tribù di consumo autoriferite e autogestite fino ai Gas, gruppi di acquisto solidale.

L’oggetto dell’anno allora può dire forse qualcosa a chi si occupa di progetto, produzione e consumi. Ad esempio, che il processo di costruzione delle merci contemporanee presenta una complessità non esauribile nelle modalità dell’approccio tecnico-scientifico di finanza e marketing bensì vive di spunti, stimoli e sollecitazioni che arrivano dalle persone e richiedono la messa a punto di strumenti di intelligenza più sofisticati, insondabili, che guardino non solo le economie ma anche le necessità (fino alle più opinabili come quelle dei selfie), nonché le aspirazioni più alte della società.

Achille Castiglioni, uno dei più importanti designer italiani, consigliava spesso ai suoi giovani studenti: “andate a spasso per le strade e per i prati, a vedere un po’ come è fatto il mondo; le idee sono già tutte lì, pronte per essere colte”; e proseguiva “se non siete curiosi, lasciate perdere”.

 

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 22 06 2015

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/22/il-bastone-da-selfie-e-loggetto-dellanno/1799121/

a proposito di editoria

dicembre 19th, 2014, category: Blog, 0

così io scrivevo sul domenicale del “sole 24 ore” nel 2007:

“Il design, i suoi temi e protagonisti hanno conosciuto negli ultimi anni una crescente esposizione sui media generalisti e new media, uscendo dall’ambito specialistico cui erano stati relegati o autorelegati. Un’esplosione d’attenzione non senza equivoci che spesso (fra)intende con il termine design cose assai differenti, anche un po’ alla moda, ma certo salutare per “uscire dal ghetto” e comunicarsi. Fra l’altro, ciò ha comportato una necessità di ripensamento e riposizionamento delle riviste di settore, oltre che l’invenzione di modi rinnovati di parlare delle questioni del progetto per la produzione. Testimonianza recente della prima esigenza, ad esempio, sono le nuove direzioni di storiche testate come “Domus” e “Abitare”, che dalla primavera saranno guidate rispettivamente da Flavio Albanese e Stefano Boeri, e per cui si prospettano significativi mutamenti di rotta editoriale e culturale. Ma non sono mancate altre modalità di inglobare il design in un approccio diverso e ampio. “Wallpaper”, ad esempio, non è una rivista dedicata in senso stretto, ma dalla sua nascita nel 1996 è stata riferimento per la comunità internazionale dei “creativi”; ha attratto importanti economie e il sostegno di numerose aziende. Tyler Brulé, che aveva ideato “Wallpaper” (lasciata nel 2002), si ripresenta ora con una nuovo magazine “Monocle”, il cui primo numero è in edicola in questi giorni (affiancato da sito e tv; editor Andrew Tuck, creative director Richard Spencer Powell, pubblicato da Winkontent di Londra), destinato di sicuro ad aprire a un inedito “punto di vista”. “A briefing on global affairs, business, culture & design” recita il payoff della testata di castigata grafica che reca in copertina un militare pilota d’aereoplano, omaggio al servizio d’apertura dedicato alla marina giapponese. In apparenza non proprio glamour (a differenza degli inserzionisti che sono i maggiori marchi della moda e qualcuno del design), in realtà la proposta è di un modo a largo spettro di guardare le questioni, muovendo dal generale/global per arrivare al particolare/design; all’insegna di un taglio giornalistico con lunghi servizi da leggere e una rigorosa scelta di contenuti (“free of PR-driven content”, dichiarano). A ben guardare poi si parla di Lego, di vending machine, di computer games scozzesi, di residenza a Rio e San Paolo, e ancora – passando per Pitti uomo – di cosa resta ancora da fare per essere Man of the moment. Per concludere con Edits, una selezione del meglio, dagli acquisti ai luoghi, all around the world. Se diversi ingredienti appaiono certo già noti è il modo di “confezionarli” che è abbastanza diverso, più controllato, riflessivo e cosciente, senza rinunciare a essere accattivante.”

Alberto Bassi su “sole 24 ore”, 2007

oggi 2014 così scrivono:

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-12-17/l-editoria-e-crisi-ma-non-brule-e-riviste-qualita-130028.shtml

bene non resta che tenerne conto.

La “mostra internazionale della produzione in serie” di giuseppe pagano (vii triennale, 1940): contesto e preparazione della prima esposizione di design in italia

maggio 14th, 2014, category: Blog, 0

La Mostra internazionale della produzione in serie alla VII Triennale di Milano del 1940, ordinata e allestita dall’architetto Giuseppe Pagano, è la prima esposizione specificamente dedicata al disegno industriale in Italia. Preparata da altre mostre a diverso titolo collegate, derivata da un’articolata riflessione teorico-disciplinare condotta da Pagano, la mostra era volta a tracciare il panorama italiano di quanto progettato e prodotto “in serie” alla fine degli anni trenta, attraverso una selezione di svariate tipologie produttive, fra cui gli utensili domestici, l’arredamento, la motoristica, gli oggetti tecnologici o le macchine per scrivere. Questa mostra, di cui in questo articolo si ricostruiscono premesse e caratteri nel quadro degli sviluppi del contesto progettuale di Pagano, appariva dunque una sorta di collettiva presa di coscienza e d’identificazione, da parte di designer e industriali, di uno “spazio” e una modalità identitaria per il confronto fra cultura d’impresa e cultura del progetto. Da diversi punti di vista, può essere considerata la data di nascita, assieme simbolica e concreta, del design italiano.

Read the rest of this entry

Where Am I?

You are currently browsing the Blog category at Alberto Bassi.