Charles Eames, design democratico oltre il tempo

agosto 21st, 2018, category: Blog, 0

 

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Poche figure hanno avuto più influenza nella storia del design che Charles Eames (Saint Louis, 17 giugno 1907 – Saint Louis, 21 agosto 1978), architetto e designer americano, mancato 40 anni orsono ma la cui notorietà ed esempio sono quanto mai vivi e attuali.

La sua attività – da sempre condotta con la moglie Ray Kaiser in un sodalizio dove la fusione fra vita e progetto è stata strettissima e emblematica – ha spaziato in numerosi ambiti, dal design alla grafica all’architettura, passando attraverso ricerche artistiche bi e tridimensionali, fotografie, ma anche una ricca produzione filmica.

Gli Eames infatti hanno costantemente guardato alla diffusione del buon progetto attraverso ogni strumento, dall’insegnamento ai giochi didattici, dalla fotografia al film (questi ultimi assolutamente da vedere, ad esempio su http://www.eamesoffice.com/).

Nel campo dell’arredamento hanno progettato molti classici, in particolare sedie, esito di percorsi di ricerca e buon disegno, entrati nella storia ma sopratutto nella vita quotidiana di milioni di persone: dalle sedute legate alle sperimentazioni sulle forme organiche e il playwood, il multistrato di legno che permetteva linee sinuose e avvolgenti, su cui aveva iniziato a lavorare per l’esercito durante il secondo conflitto mondiale, alla prima sedia con scocca unica in plastica dell’immediato dopoguerra e ancora alla archetipa e “definitiva” Alluminium chair per ufficio, innovativa per l’uso dell’alluminio e l’estremo comfort.

Rappresentano il risultato della volontà di realizzare un prodotto industriale di grande-media serie adottando tecnologie d’avanguardia e allo stesso tempo renderlo economicamente accessibile a una vasta massa di utilizzatori, secondo un’ideale democratico del design.

Obiettivo non era l’arredo autoriale, che caratterizzava (continua in verità a caratterizzare molte archi-designer star) il lavoro di molti progettisti, ma il pensiero e la ricerca nel design come strumento che, attraverso il dialogo con l’industria, permetta di raggiungere il massimo numero di persone.

Un ruolo decisivo per la formazione e la crescita intellettuale degli Eames, come del resto per tutta una generazione di architetti e designer americani, da Florence Knoll a Harry Bertoia, l’ebbe fra le due guerre la Cranbrook Academy of Art, fondata da Eliel Saarinen e proseguita dal figlio Eero. Eames vi insegnò a lungo e lì ebbero origine duraturi rapporti di amicizia e lavoro. Proprio con Eero Saarinen, Eames partecipa al concorso “Organic design in home furnishing”, indetto nel 1940 dal neonato MOMA di New York, con una serie di sedie denominate Organic armchair. Esse sono all’origine di un’intera famiglia progettuale di sedute a scocca avvolgente che unificano sedile, schienale e braccioli, poi tradotte in legno curvato, materia plastica, ma anche tondino di ferro.

Come conferma la sedia in legno curvato del 1946 per la Herman Miller, che da allora ha realizzato la maggioranza dei progetti di Eames – oggi invece prodotti dall’europea Vitra – , dalle linee arrotondate e avvolgenti, intuitivamente ergonomica, disponibile anche con piedi in tubo d’acciaio; o ancora di più con la dining armchair DAX del 1948 in resina di poliestere rinforzata in fiberglass, ai tempi un materiale strettamente aeronautico: sotto un’unica scocca, presto stampata in diverse varianti di colore, a seconda delle necessità d’uso, potevano collocarsi sostegni differenti, dalle famose gambe a traliccio ,“Eiffel tower”, a quelle con rotelle per l’ufficio.

Anche l’approccio all’architettura degli Eames è di evidente ispirazione “industriale”. La loro casa-studio di Los Angeles, dell’immediato dopoguerra, è realizzata con una struttura d’acciaio e parti prefabbricate. La caratterizzano le grandi pareti vetrate, le soluzioni cromatiche-decorative per gli esterni, riprese poi nei mobili contenitori per l’interno, ma soprattutto un’idea di “globalità”, di tutto unitario, del progetto ma anche della vita, per cui il lavoro e i suoi spazi sono contigui e continui con l’abitazione.

Oggi molti designer guardano al linguaggio, allo stile di Eames, mentre sembra meno inteso il significato profondo di volontà-necessità di dialogo con il proprio tempo, per indirizzare ricerca e creatività verso risultati non necessariamente influenzati dal mercato e forse proprio per questo destinati a durare nel tempo, oltre le mode.

In questo senso la poltrona con poggiapiedi 670 in pelle nera e playwood è un oggetto emblematico: forse un pò difficile ed elitario, ma inarrivabile per eleganza, compiutezza e correttezza di progetto. Insomma, oltre il tempo. Charles e Ray l’avevano disegnata per il compleanno dell’amico regista Billy Wilder nel 1957: racconta al meglio l’epoca d’oro di una (certa, non tutta naturalmente) “nuova”cultura americana, del cinema, l’architettura e il design, l’arte: (in apparenza) facile e assieme colta, confortevole e moderna, “industriale” e legata alle necessità/desideri/immaginario delle persone.

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pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 21/08/2018

 

Fulvio Cinti e Auto&Design nella storia del design italiano

agosto 17th, 2018, category: Blog, 0

 

 

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Fulvio Cinti, che è mancato qualche giorno fa a novantasei anni, merita un posto speciale nell storia del design italiano. Dalla fine degli anni Settanta con la sua rivista “Auto&Design” ha sostenuto, affiancato e divulgato in tutto il mondo la cultura del car design italiano, dando parola ai designer, costruendo sistemi di comprensione della specificità della linea italiana.

Fulvio poi è stato per me un amico. Mi chiese molti anni fa di collaborare alla rivista, scrivendo non di auto ma di design, di arredamenti, di oggetti e altro. Un giorno, assieme a Marco Fornasier, abbiamo progettato una rivista, certo controcorrente ai tempi delle firme e dei brand, che volevamo chiamare orgogliosamente Industrial design . Non siamo arrivati in fondo, ma è un ottimo ricordo che ci ha legati e di cui parlavamo assieme vedendoci.

Da tempo avevo immaginato di intervistarlo per farmi raccontare e lasciare traccia di “prima voce” di un protagonista che ha accompagnato cinquant’anni di storia del car design. Pensi sempre ci sia il tempo, ma non c’è stato.

Dieci anni fa scadeva uno dei decenni tondi della mia vita; lui aveva ottantacinque anni e venne da solo da Torino con la sua Alfa rossa alla mia festa di compleanno in Brianza, portando come un signore d’altri tempi delle rose per mia moglie, la padrona di casa. Fu un grande piacere e un onore: lui era così, un giovane ragazzo pieno di energie e passione per il proprio lavoro, le automobili, le persone.

Where am I?

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