Paolo Favaretto, industrial designer

febbraio 7th, 2011 § 0

Il testo del saggio per il volume da me curato «Paolo Favaretto, industrial designer»

il disegno industriale “su misura”

Esiste una generazione di progettisti il cui percorso resta esemplare per la comprensione delle vicende del disegno industriale italiano; in grado di illustrare al meglio le motivazioni più profonde che sono alla base del successo del sistema del design nel nostro paese. Un sistema che, fra le altre cose, trova alimento nella stretta relazione fra imprenditore e progettista per quel processo di innovazione e ricerca che è all’origine del “buon design” e della sua capacità di incidere su consumo e mercato. Innovazione di frequente poco sensibile all’esasperazione formalistico-comunicativa contemporanea all’insegna della novità a tutti i costi, quanto piuttosto attenta alla soluzione di processo, di tecnologia, di materiale, fino a quella tipologica, in grado di durare nel tempo.

In questo contesto si colloca di certo il lavoro che Paolo Favaretto ha condotto, ormai nell’arco di un trentennio, a stretto contatto con alcune fra le maggiori aziende italiane e internazionali, in particolare nel settore del furniture. Un’apertura internazionale non scontata quando, sul finire degli anni settanta, ha cominciato a delinearsi coniugando il sapere progettuale “locale” con la dimensione globale che si andava allora prefigurando, soprattutto a partire dall’arredo dell’ufficio.

Un lavoro che in generale ha il proprio punto di forza nella capacità di trovare la soluzione “giusta” per il problema identificato con l’impresa, in relazione alle specifiche condizioni tecniche, produttive e di mercato. Senza dimenticare comunque che si può sempre “andare oltre”, cercare nuovi percorsi e strade in grado di configurare progetti innovativi e allo stesso tempo capaci di dialogare opportunamente con le esigenze degli utilizzatori e alla fine dunque “stare sul mercato”. Non è allora un caso che il prodotto giusto finisca per durare a lungo nel tempo, divenendo in sostanza un “anonimo” evergreen. Anonimo nel senso che è scelto per le sue virtù complessive, al di là della sua firma o marca; di quello stesso anonimato virtuoso che, nell’infinità degli oggetti da loro progettati, ad Achille e Pier Giacomo Castiglioni faceva preferire l’interruttore per la corrente elettrica: tutti lo usavano senza sapere chi l’aveva disegnato a testimonianza appunto delle sue qualità. Un esempio di design “non esibito” allo stesso modo di molti prodotti di design di Paolo Favaretto.

Nato a Padova nel 1950, Favaretto si laurea in architettura all’Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia nel 1976; un percorso importante in termini di formazione complessiva, ma non nello specifico del disegno industriale. “All’Università nessuno si occupava di disegno industriale – ricorda –; insegnava Carlo Scarpa ma in sostanza non è stata un’influenza significativa. Furono più importanti altri esempi, da Marco Zanuso ai Castiglioni, piuttosto che la frequentazione delle principali riviste del settore, come ‘Domus’, ‘Ottagono’, ‘La rivista dell’arredamento’ (poi ‘Interni’), ‘Casavogue’…”.

Rimane che già nel 1973 Favaretto apre un primo studio e collabora con Gaetano Croce per progetti d’architettura e d’interior design, che in verità non appaiono pienamente congeniali al suo modo di operare; la casa rimane in sostanza troppo connotata in senso formale, di frequente prevalgono esigenze di immagine, rappresentanza, perfino di moda. I suoi interessi si orientano invece fin da principio verso l’intervento più “tecnico”, il pezzo replicabile, producibile in serie per un pubblico allargato. Per questo motivo nel corso degli anni settanta entra in contatto con numerose aziende, che diverranno in seguito fra i suoi principali interlocutori imprenditoriali, aprendo a rapporti destinati a durare a lungo. A cominciare da Emmegi di Monselice, produttore nel settore dell’ufficio per cui disegna la sua prima seduta, Agorà (1973); alla stessa industria è collegato il marchio Doimo, per il quale progetta arredi per la casa. Sempre sul finire del decennio settanta, inizia la collaborazione con Malobbia – all’epoca certo una delle interessanti realtà venete – e  con Destro, azienda di Padova specializzata in forniture per gli spazi pubblici: fra l’altro, per loro disegna le sedute in occasione del restauro del Teatro Pollini, condotto con Croce, ma anche quelle del Teatro Goldoni di Venezia.

Fin da principio emerge una caratteristica nel modo di affrontare il progetto – che si collega alla competenza e al piacere di ricercare, anche attraverso la sperimentazione pratica – sempre teso alla concreta soluzione di un determinato problema. Un’attenzione al fare manuale che attinge, più o meno consciamente, alle radici familiari di un nonno attivo in una falegnameria e ancora alla propria formazione superiore in un istituto tecnico per geometri. Un’idea di un fare in qualche modo “su misura” che diventa ben presto la cifra della relazione con la committenza: un lavorare per l’azienda che lo orienta a un legame stretto, continuativo alla ricerca di una soluzione comune e complessiva ai problemi del design, con prodotti che nella loro interezza devono stare dentro un sistema ampio, e cui certo non basta la soluzione formale.

“Le aziende mi chiamano – sostiene l’architetto – perché i miei prodotti funzionano complessivamente: sono in sintonia con le esigenze dell’industria, dal punto di vista dei modi produttivi e del mercato. Personalmente mi rendo conto dei rischi che gli imprenditori corrono e cerco di ridurli al massimo”.

Importante occasione di crescita è certo costituita dalla frequentazione e conoscenza del contesto nordamericano dell’arredo da ufficio.

Dopo un primo viaggio alla metà degli anni settanta per una commessa non andata a buon fine, la grande occasione si lega con la ricerca che …. titolare della canadese Kinetic di Toronto conduce nel 1980 alla ricerca della collaborazione con un giovane designer italiano: la scelta cade su Favaretto e dà origine a un rapporto con un’azienda che, pur con cambiamenti societari nel corso di un trentennio, continua ancora oggi con successo.

Quest’ultimo aspetto si presenta come una costante del suo lavoro: la maggioranza delle relazioni avviate con imprenditori e imprese hanno avuto una lunga durata nel tempo, testimonianza della capacità di comprendere le reali e concrete esigenze oltre che dialogare, ma contemporaneamente di mantenere utilmente la propria identità in grado di mettere in campo quello “scarto” progettuale, grande o piccolo che sia, che in sostanza è all’origine del design innovativo, in particolare nel nostro paese.

Per Kinetic progetta nel 1981 Power Beam, prima scrivania cablata a contenere nella struttura a barra d’alluminio circolare i cavi elettrici che, in coincidenza con l’affermazione dell’informatica e l’elettronica, si andavano moltiplicando sopra e sotto i piani di lavoro.

L’ispirazione per l’adozione della barra deriva forse, oltre che dalla conoscenza della tecnologia aziendale, da alcune soluzioni contemporanee proposte dalla Herman Miller, ma, come accade sempre nel suo lavoro, l’attenzione per quanto presente sul mercato resta perlopiù legata all’impressione complessiva, alla percezione dell’insieme più che allo specifico dettaglio. “Non mi piace essere troppo documentato – sostiene – perché così finisci per essere condizionato e fare quello che già esiste. L’ispirazione per il mio lavoro arriva di frequente da una piccola “invenzione”, dalla scoperta della soluzione di un problema. Il punto di partenza è in genere legato all’idea di “cosa potrebbe essere utile”; non penso se una cosa piacerà o potrà vendere”.

Ancora sul finire degli anni Settanta avviene l’apertura verso ambiti progettuali differenti rispetto all’arredo. Si tratta in verità di una prassi non molto diffusa in Italia, dove i furniture designer hanno sempre faticato a uscire dallo specifico campo. I progetti elaborati da Favaretto hanno origine anche dalle personali competenze tecniche e funzionali, che gli consentono di affrontare prodotti ostici, nei quali l’intervento unicamente di disegno risulterebbe superfluo.

È il caso della presa di corrente in gomma presso fusa per Alfa Kabel (1978), dove al contenuto tecnico viene sovrapposto uno spigoloso e funzionale corpo esterno: un prodotto che non ha perso nel tempo la sua attualità e ancora oggi in produzione.

Analogo discorso vale per le apparecchiature odontoiatriche degli anni Ottanta o per il laser medicale per estetica e odontoiatria per Sweden e Martina (2000).

Ma l’architetto ha messo a punto ricerche anche nel settore degli elettrodomestici: con un televisore per Seleco, in un momento non facile per l’azienda che non permise di arrivare a un prodotto finito, e con il telefono digitale CIE T630 per Datatel (1999), questa volta con interessanti esiti produttivi.

E ancora, a testimonianza di una certa versatilità di metodo e linguaggio, va annoverato il carrello da golf brevettato Dolly per Gap (1996), che può essere condotto a mano e adottato anche in gara.

La seconda metà degli anni Ottanta e il principio del decennio successivo introducono un significativo cambiamento nel sistema complessivo delle imprese design oriented, che riguarda i modi produttivi, le tecnologie, la riorganizzazione dei sistemi proprietari delle aziende, la percezione del mercato, il modo di intendere il prodotto da parte degli utilizzatori.

Cambia inoltre in modo significativo la relazione designer-impresa. A un rapporto personale subentra un lavoro di gruppo, una parcellizzazione delle responsabilità, un elevato numero di referenti e decisori; perché tutto è divenuto più complesso, le componenti e variabili da considerare, le competenze in campo, prima di decidere se e come progettare/produrre/comunicare/distribuire un prodotto, sono diventate davvero molteplici. Inoltre nel panorama della globalizzazione, fra le altre cose, si è delocalizzato (che vuol dire però anche, in una logica di rincorsa al low price, deliberata rinuncia alle competenze e al saper fare presenti sul territorio); sono divenute decisive le dimensioni economiche e produttive; e ancora, il consumatore è evoluto, il sistema delle merci estetiche (dall’arte al design alla moda) presenta profili e percorsi non sempre immediatamente riconducibili a logiche di razionale intelleggibilità.

“Il rapporto con le aziende, anche con quelle con cui lavoro da molti anni – afferma Favaretto – è divenuto più articolato e complesso; in principio era basato soprattutto sulla fiducia, oggi bisogna conquistarsela ogni giorno. Una situazione certo stimolante ma che forse non sempre permette di lavorare con tranquillità e costruire nel medio-lungo periodo. Anche perché sono cambiati gli imprenditori: alla prima ed entusiasta generazione di industriali se ne è sostituita una seconda, che non sempre si è dimostrata all’altezza e fatica a trovare una propria identità; oppure, all’interno dei grandi gruppi internazionali, esiste un elevato turn-over ed è faticosa la costruzione di un rapporto personale, che rimane sempre il segreto per ottener buoni risultati complessivi”.

Alla metà degli anni Ottanta progetta il sistema di sedute Assisa per Steelcase (1986), uno dei suoi prodotti più venduti, un best seller che certo gli ha dato grande notorietà. In materiale plastico – che sviluppava conoscenze pregresse risultato del lavoro con Ciesse, un’altra azienda del settore – presenta una linea forte e riconoscibile, caratterizzata dalle alette posteriori per irrigidire il materiale.

Sono gli anni in cui Favaretto definisce in modo compiuto alcune scelte operative, ma anche di vita. Da una parte l’opzione deliberata di sostenere una dimensione di studio contenuta, flessibile e disponibile per un lavoro di team con le aziende piuttosto che teso all’autosufficienza; dall’altra la scelta di mantenere la propria attività a Padova, senza per questo rinunciare alla sfida della dimensione globalizzata del lavoro e delle relazioni, ma in qualche modo limitante rispetto ai meccanismi della visibilità mediatica oltre che dello sviluppo di nuove relazioni, in particolare con l’imprenditoria d’area lombarda, che rimane centrale nel sistema del design italiano.

Una situazione che però ha presentato oggettivi vantaggi, oltre che in termini personali di qualità dell’esistenza, anche per la possibilità di utilizzare il meglio del sistema locale – a cominciare dalla flessibilità nello sviluppo e realizzazione del prodotto – per tradurla in altri contesti, come ad esempio quello nordamericano, più rigido e problematico per quanto riguarda la ricerca delle soluzioni appropriate attraverso la sperimentazione con un modello e un prototipo. Una prassi che l’architetto ha sempre ritenuto di estrema utilità per i suoi prodotti, verificati in questo modo nel loro impatto dimensionale e funzionale.

Un metodo, fatto di sviluppo e verifica in loco per poi giungere a esiti produttivi certi e verificabili sulla grande scala della produzione internazionale, che il designer ha impiegato con l’azienda canadese Kinetic, poi entrata a far parte del gruppo multinazionale Haworth, ma che ha egregiamente funzionato con altre industrie, a cominciare dalla portoghese Guialmi.

Oltre che naturalmente con le numerose imprese del territorio con cui da anni collabora proficuamente, fra cui Emmegi, Com, Estel, Doimo, Destro o Sintesi. Come conferma, solo per fare un recente esempio, la sua ultima seduta proprio per Sintesi – denominata Venezia per il richiamo formale al ferro delle gondole della città lagunare, che a loro volta rimandano ai sestrieri – che nasconde innovativi metodi costruttivi in quanto prodotta in polipropilene rinforzato con fibra di vetro stampato a iniezione in un unico pezzo: un’apparenza semplice a celare la soluzione a un problema complesso.

Nel corso degli anni Novanta Favaretto ha aperto il proprio lavoro ad attenzioni – anche queste non comuni nel settore – verso le problematiche del design for all, inserendo tale sensibilità nei suoi progetti, ma anche facendosi carico di un impegno pubblico come presidente dell’Istituto Italiano Design e Disabilità, che contribuirà in modo significativo a far conoscere nel nostro paese. Impegno pubblico che del resto non ha mai lesinato, operando negli anni successivi all’interno dell’Associazione per il Disegno Industriale (ADI), di cui è attualmente presidente per la delegazione del Nord-Est.

Nell’ambito del design per l’utenza ampliata ha realizzato, ad esempio, ricerche destinate a sedute da spiaggia per disabili, mosse da articolati e funzionali meccanismi, e poi condotto alla produzione un’innovativa seduta per bambini cerebrolesi, che unisce la possibilità di crescere con l’età ad un aspetto cromaticamente e ergonomicamente friendly.

Nel settore della sicurezza e della fruibilità allargata si colloca inoltre la recente colonnina per il pronto soccorso disegnata per l’ACI, facilmente riconoscibile e agevole da utilizzare.

“Credo che siano ormai maturi i tempi – sostiene a questo proposito – per tornare a parlare e proporre l’idea del progetto nel suo impatto etico. È una questione che per troppo tempo è stata deliberatamente trascurata, in omaggio da una parte a una visione soprattutto estetizzante del design, dall’altra alle presunte esigenze e caratteristiche del mercato. Non è sempre chiaro quali siano le strade appropriate per il pubblico e forse la funzione dell’impresa e del designer è anche quella di proporre nuove soluzioni. Il mercato insomma vuole quello che gli dai; e non bisogna rinunciare a priori a una funzione in senso lato educativa, soprattutto se rivolta a utili direzioni, di positivo impatto sociale”.

Il panorama dell’intervento progettuale, oltre che dell’impegno culturale e personale, di Favaretto, come si è delineato nell’arco di un trentennio, risulta dunque molto ampio.

Si tratta di uno dei designer più noti e riconosciuti nell’arredo, in particolare dell’ufficio, con numerosi prodotti che hanno avuto ampia diffusione; fra i pochi si è cimentato con oggetti a tecnologia complessa, fossero una semplice presa per corrente o un’attrezzatura odontoiatrica; ancora, fra i primi, ha scelto di privilegiare un approccio sensibile alle problematiche dell’utenza ampliata.

Ha sempre appropriatamente coniugato, declinandoli con perizia in relazione al proprio interlocutore imprenditoriale, attenzione tecnico-funzionale e ricerca di riconoscibilità, attraverso segni formali lievi, eppur presenti. Alla fine il suo operare sembra riconducibile a una sorta di presenza-assenza: da una parte contribuisce a orientare l’impresa con le proprie scelte funzionali, tecnologiche, estetiche e etiche; dall’altra si sottrae all’invadenza e alla sovrabbondanza che caratterizza l’agire contemporaneo di molti progettisti, perché emerga al meglio il carattere del lavoro condotto assieme con l’azienda. La durata nel tempo dei suoi prodotti e delle sue relazioni testimoniano come abbia appropriatamente interpretato contesto e significato del “mestiere” del designer.

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