Salone del Mobile 2014: il design tra autoproduzione e aziende storiche

aprile 9th, 2014, category: Blog, 0

Alla Fiera milanese emergono differenti strade e situazioni imprenditoriali, perlopiù di piccola dimensione produttiva e organizzativa, che hanno identificato nicchie di mercato di qualità trascurate e percorribili

Salone del Mobile e Fuori Salone – che aprono questa settimana a Milano e portano in città progettisti internazionali, aziende e non solo addetti ai lavori – costituiscono sempre una buona occasione per fare il punto sullo stato dell’arte del legame fra cultura del design e imprese, sulla salute delle industrie, le nuove esigenze delle persone, oltre che naturalmente i nuovi prodotti. Almeno un paio le direzioni e i temi divenuti riconoscibili da qualche anno: da una parte la tenuta e conferma delle aziende in salute, più o meno storiche, che hanno affrontato la fase transitoria con una precisa identità, chiarezza di intenti e riconoscibilità di prodotto; dall’altra l’emergere di differenti strade e situazioni imprenditoriali, perlopiù di piccola dimensione produttiva e organizzativa, che hanno identificato nicchie di mercato di qualità trascurate e percorribili.

Sullo sfondo, non senza qualche equivoco teorico e operativo, le opportunità che si sono aperte attorno ai modi dell’autoproduzione, cioè di un progettare e fare esterno o ai margini dei sistemi economici correnti, alla ricerca di un altro modello per far dialogare prodotti, utilizzatori e la società nel suo complesso. In questo contesto il nodo da sciogliere sembra essere se guardare indietro o avanti. Cioè se alimentare il rimpianto di una possibilità in sostanza pre-industriale e invocare un’idea salvifica di artigianato – che di suo ha già in larga misura fallito il confronto con i nuovi tempi –, oppure riflettere su come altre modalità di progettare-produrre-comunicare-vendere (siano artigianali, digitali o entrambe le cose) possono stare, in modo utopico o riformista, “dentro il mondo”.

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Expo 2015: riapriamo il Museo Alfa Romeo

marzo 1st, 2014, category: Blog, 0

Una buona idea di cui si è ritornato a parlare: la riapertura del Museo storico dell’Alfa Romeo di Arese, a due passi dai siti della prossima Expo 2015.

Aperto nel 1976 – nel contesto di una serie di importanti architetture di fabbrica e di servizi, fra gli altri di Ignazio Gardella, Giulio Minoletti, Vito e Gustavo Latis, le cui vicende complessive sono ben ricostruire da Jacopo Gardella – il Museo Alfa è stato uno dei primi musei d’impresa italiani, allora voluto fortemente da Giuseppe Luraghi, appassionato presidente dell’Alfa Romeo, e raccoglie oltre un centinaio di auto storiche, documenti, filmati, memorabilia e così via. In senso lato, rimane “documento” fisico di uno dei capitoli fondamentali della storia dell’industria e del lavoro nel nostro Paese. Ma anche un esempio di cultura di fabbrica da esibire in una fase storica in cui serve ripensare con vigore le radici imprenditoriali del nostro Paese.

Dal 2011 è stato chiuso da Fiat, attuale proprietaria del marchio, ufficialmente per motivi di manutenzione, in verità pochi giorni dopo che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali aveva posto sotto tutela l’area e gli edifici. Ora l’azienda è uno degli sponsor di Expo 2015 e l’occasione sembra appropriata per affrontare in maniera differente la questione del Museo.

Alfa Romeo nel corso della sua storia ha progettato – spesso in collaborazione con carrozzieri e car designer – e prodotto molte vetture entrate nella storia mondiale dell’automobile. Le principali, assieme a molte altre, rare e uniche, sono conservate proprio ad Arese, in quello che è un autentico Museo del car design italiano. In tutto il mondo il marchio gode di enorme e meritata reputazione, con appassionati disposti a qualunque cosa per vedere dal vivo queste automobili. Scontato appare il successo che verrebbe tributato dai visitatori al Museo. Cosa si aspetta dunque?

Non entriamo qui nel merito generale dei contenuti dell’Expo, la cui definizione e concretizzazione in questi anni sembra aver seguito percorsi non sempre lineari, ma la riapertura definitiva del Museo Alfa – rispetto ad altre in cui ci si è imbarcati in questa infinita preparazione all’”evento” – è una cosa relativamente semplice, non molto costosa, che si può fare in fretta. Basta volerlo.

Per quanto riguarda il riferimento al tema generale della manifestazione “nutrire il pianeta” – e che non sembri in nessun modo una battuta – : finché è stata aperta, la fabbrica dell’Alfa Romeo di Areseha dato lavoro e da mangiare a tanta gente.

pubblicato in “Il fatto quotidiano”, 1 marzo 014

Addio a Piero Busnelli, con lui il design si fece impresa

gennaio 29th, 2014, category: Blog, 0

È mancato in questi giorni Piero Ambrogio Busnelli, fondatore di B&B una della più importanti industrie del design italiano. Nel 1966 aveva avviato a Novedrate, fra Meda e Cantù nel cuore della Brianza produttiva, l’azienda C&B – assieme a Cesare Cassina, altra figura fondamentale dell’imprenditoria dell’arredamento –, divenuta poi nel 1973 B&B, facendo fin da principio gravitare la sua attività attorno ad alcuni elementi chiarissimi: ricerca, innovazione e design, declinate in una dimensione industriale. Quindi cercare nuove soluzioni e organizzazioni produttive, modalità di affrontare il mercato, sorrette da un ruolo del progetto, assieme innovativo e praticabile. Sostenuti dalla capacità di visione, rischio e allo stesso tempo concretezza di Busnelli, dalla funzione decisiva del “leggendario” Centro Ricerche e Sviluppo B&B, moltissimi designer italiani e internazionali hanno progettato arredi di qualità, successo e diffusione. Fra questi, Marco Zanuso, Gaetano Pesce, Vico Magistretti, Mario Bellini, Antonio Citterio, Patricia Urquiola o Naoto Fukasawa. Senza contare il coinvolgimento di importanti architetti da Afra e Tobia Scarpa a Renzo Piano, a grafici – da Enrico Trabacchi a Pierluigi Cerri – e fotografi, come Oliviero Toscani, di cui rimase famosa la provocatoria compagna pubblicitaria per il divano Bambole.

Al di là del valore assoluto della sua figura, la scomparsa di Busnelli fornisce occasione per una riflessione sull’imprenditoria in Italia. Senza rimpianti passatisti, ma con il pensiero alla necessità che nel nostro Paese si torni a parlare ma soprattutto a fare per l’impresa e per il lavoro. Gran parte di quella generazione di industriali usciti dalla guerra con un’energia e ideali forti, non solo nel settore nell’arredamento, è ormai venuta a mancare; dentro mutati contesti e condizioni complessive, il “capitalismo familiare” italiano, caratteristico delle piccole e media industrie, ha talvolta faticato a reggere il passo con i nuovi tempi e a rinnovare i modi gestionali, organizzativi, oltre agli stessi modi di intendere l’impresa, in questo certo poco sostenuti dal complessivo Sistema Paese.

Può essere allora davvero rilevante per l’economia del nostro Paese, analizzare in profondità i caratteri del lavoro di Busnelli – fondati su spirito imprenditoriale, investimento in ricerca e sviluppo, tensione all’innovazione, all’essere first movers, anche attraverso il ruolo del progetto – e rileggerli in chiave contemporanea, identificando e sostenendo, dal punto di vista economico, legislativo e culturale, una nuova generazione di industriali o rinnovati modi di fare impresa design driven. Per “un Rinascimento manifatturiero”, come l’ha definito di recente Antonio Calabrò.

pubblicato in “il fatto quotidiano” 29 gennaio 2014

Firenze Capitale e il disastro della grafica pubblica fai-da-te

dicembre 8th, 2013, category: Blog, 0

In questi giorni ferve in rete il dibattito sull’ennesimo disastro della grafica pubblica fai-da-te, attorno al marchio per il centocinquantenario di Firenze capitale d’Italia, ritirato e sostituito a pochi giorni dalla presentazione. Un pasticcio visivo, di segni e linguaggi, ma soprattutto di leggibilità, che nel caso di un marchio non è poco rilevante.

(Nell’immagine, in alto il marchio fiorentino presentato e ritirato; in basso uno assai “simile” di un paio d’anni fa).

La questione è sempre la stessa e si propone non solo con la gestione casalinga della progettazione visiva ma anche con l’impiego ormai divenuto perverso di diversi tipi di Concorso. Questo vale per il settore pubblico, per cui siamo noi a mettere disposizione denari e ci piacerebbe ricevere un qualificato servizio, ma anche per il privato.

In relazione a questo, è scontato ricordare che esiste una professionalità specifica, quella del visual designer, che progetta logotipi, font, immagine coordinate e così via per strumenti e media tradizionali e digitali.

Nel primo caso della gestione casalinga, invece di interpellare uno o più designer, se non se ne dispone di interni, da mettere in competizione o cui affidare un incarico – come del resto avviene in tutte le professioni e nella maggioranza dei paesi del mondo – ci si arrangia in casa con un “brillante” autodidatta o, nei casi fortunati, con un architetto da spendere su più fronti. Sempre più di frequente vengono allora adottati “clip art”, in sostanza materiali già pronti e disponibili in rete cui si apportano lievi modifiche.

È questa la situazione del marchio del centocinquantenario fiorentino, ma gli esempi sono davvero numerosi; purtroppo la norma invece che l’eccezione.

Nel secondo caso, lo strumento del Concorso permette di avere risultati – la cui qualità non pare certo il criterio orientatore – a basso costo con il meccanismo finto democratico della partecipazione allargata. Con le debite differenze e proporzioni, è come se si mettesse a concorso il posto di chirurgo per fare un’operazione: e che vinca il migliore, con buona pace del paziente.

Certo ci sono i concorsi fatti con buone regole e secondo corrette pratiche, come quelli predisposti dalle associazioni di categoria, ad esempio dei visual e industrial designer o dei pubblicitari, ma sono procedure poco frequentate dai committenti perché prevedono, fra l’altro, una chiara definizione degli obiettivi, rimborsi spese per chi partecipa, giurie con competenze, magari senza il politico di turno etc. Insomma, adeguate garanzie per il lavoro svolto.

Se invece il Concorso si limita a richiedere il progetto del solo marchio e a far partecipare tutti, ci sarà poi una lunga fase di sviluppo e di declinazione della sua applicazione che in molti casi avviene poi su incarico diretto, senza gare né concorsi. Chiunque può rispondere alla facile domanda su dove si guadagnano i soldi e si piazzano gli amici.

È più o meno quello che, fatte le necessarie differenze, è avvenuto – fra i purtroppo molti esempi disponibili – dall’inguardabile cetriolo di italia.it al fatto-in-proprio di Magic Italy fino al più recente marchio turistico per la città di Roma o alla gestione demagogica (molte teste senza competenze e idee non sono necessariamente meglio di pochi forniti di tali necessarie caratteristiche, almeno perché è il loro mestiere) di quello in corso per il logo turistico di Firenze, aperto a tutti – 5000 sono stati i partecipanti alla fine – in questo caso attraverso una piattaforma online per lo svolgimento di concorsi. Al vincitore la modica cifra di 15.000 euro; importante per gli organizzatori tentare emulare il mitico “I love NY”, un logo che infatti guarda caso è stato progettato da Milton Glaser, uno dei più importanti grafici contemporanei!

In verità bisogna riconoscere che in tutto ciò i progettisti hanno una certa parte di responsabilità, innanzitutto dal punto di vista intellettuale e professionale: perché non sempre hanno saputo o voluto tutelare e difendere la dignità del proprio lavoro e ruolo. Troppo spesso infatti abbiamo conosciuto comportamenti come minimo ambigui e condiscendenti, in ogni caso poco orgogliosi di un possibile contributo di utilità e servizio per le persone e la società.

Assieme ad altri fattori “ambientali” del nostro Paese – divenuti purtroppo caratteristici ma non certo obbligati, anzi che è necessario combattere – anche questo ha contribuito a rendere più normale “saltare” i professionisti del progetto, di frequente non adeguatamente riconosciuti e rispettati in termini culturali, sociali ed economici.

Ma la questione si pone, in modo particolarmente vistoso appunto in Italia, anche per numerose altre categorie intellettuali, proprio quando ormai è evidente la loro rilevanza e necessità, in un mondo ormai da tempo orientato verso un’“economia della conoscenza”.

L’idea che “Le idee si pagano” – e anche i progetti – come titolava un noto articolo sul Sole 24 ore dell’economista Guido Guerzoni, appare ben lontana da un quotidiano riconoscimento.

Un Paese nuovo può nascere da regole certe, dalla tutela delle competenze, dalla ricerca della qualità. Questo non sempre accade in molti ambiti, fra cui quello della progettazione; quando è pubblica riguarda tutti noi: utile essere avvertiti e accorti.

pubblicato in “Il fatto quotidiano”, 8/12/2013

Olivetti in tv: architetti e designer non esistono

ottobre 30th, 2013, category: Blog, 0

Ben venga una fiction Rai che si occupa di un imprenditore illuminato come Adriano Olivetti. Lascio ad altri il commento sull’operazione complessiva – romanzata, retorica… – o sulla qualità televisiva; interessa guardare come racconta una parte fondamentale del lavoro di Olivetti, quella che lo ha spinto a collaborare, oltre che con innovativi ingegneri e poi intellettuali, filosofi e poeti, con gli architetti, i designer e i grafici. Questa idea di impresa – fra le altre cose – aperta e dialogante alla cultura e alle sue manifestazioni più avanzate, al progetto e alla società, portatrice di un’idea responsabile del proprio ruolo, rimane la chiave fondamentale per comprendere la lezione di Olivetti.

Per decenni abbiamo avuto ben altri rappresentanti dell’”imprenditoria”, per cui che si parli di Olivetti è buon segnale, confermato del resto dal successo di recenti iniziative editoriali, scientifiche e di studio a lui dedicate, e fatto ancora più importante che molti imprenditori tornino a guardare alla sua lezione, “facendo cose” olivettiane. Il rapporto fra cultura d’impresa e cultura del progetto è centrale per l’azienda di Ivrea, in verità più in generale per il design in Italia. Certo la concezione degli artefatti fisici e di comunicazione è vicenda complessa, spesso frutto di molte competenze e contributi, cui il designer attribuisce in sostanza una configurazione complessiva e definitiva, sintetizzando un processo e un lavoro di team. La macchina per scrivere Lettera 22 è stata disegnata da Marcello Nizzoli, ma vi hanno collaborato ingegneri, come Natale Capellaro, tecnici della produzione, grafici per la scelta dei colori e l’elaborazione degli strumenti di comunicazione, pubblicitari per gli slogan e molti altri, assieme naturalmente ad Adriano Olivetti che l’ha voluta fortemente.

Nella fiction, i prodotti – siano la macchina per scrivere o i manifesti – sono attribuiti a personaggi “di fantasia”, mentre naturalmente esistono designer che li hanno progettati che non compaiono né sono mai nominati, come del resto avviene per chi ha immaginato le architetture. Unica eccezione un cenno a Ettore Sottsass, come autore della “forma” dell’elaboratore elettronico Elea 9000. Perché mi sono chiesto? Di sicuro il racconto televisivo ha le sue regole – semplifica, semplifica, semplifica; esalta il protagonista, l’uomo forte, l’eroe senza macchia e senza paura; ci vuole una storia d’amore, guarda caso fra la finta-grafica e l’operaio-progettista; e così via – ma l’aspetto entusiasmante della vicenda di Olivetti, per cui merita di essere ricordato e indicato agli imprenditori e alla società contemporanea fondata sull’”economia della conoscenza”, è soprattutto “il gioco di squadra”, il network. Come cioè un industriale illuminato si circonda di alcune fra le migliori menti della sua generazione, a cominciare da architetti e designer. Anche da questa scelta nascono le fabbriche moderne e luminose, gli oggetti che molte persone hanno usato per lavorare in modo comodo e funzionale, una maniera di comunicare assieme artistica e innovativa.

Tutto questo il regista e sceneggiatore Michele Soavi, figlio di Giorgio Soavi storico collaboratore di Olivetti, aveva la possibilità di conoscere bene. E allora perché sprecare questa opportunità? Perché perdere l’occasione di una divulgazione corretta e un minimo colta? Se le storie non sono raccontate con un’adeguata articolazione e complessità, tutto si banalizza e diventa identico; in questo caso è la Storia ad uscirne falsificata. La scusa che il “pubblico vuole questo” o “queste sono le regole della televisione” non regge più da tempo né può essere accettata; innanzitutto perché nessuno possiede il riscontro che una cosa fatta diversamente sarebbe rifiutata. Bene allora parlare di Adriano Olivetti, uno degli industriali più noti nel mondo, pioniere del made in Italy e del design italiano; ma forse si poteva spendere un un po’ più di coraggio e orgoglio. Olivetti ne ha avuto molto e ha avuto ragione.

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 30 ottobre 2013

Maker e/o autoproduzione: un altro modello di impresa e design

ottobre 15th, 2013, category: Blog, 0

Nel giro di una settimana si sono tenute Maker faire a Roma eOperae a Torino, due manifestazioni espositive, di mercato, di laboratori e dibattito dedicate ai temi dell’autoproduzione, nel primo caso in particolare digitale, e delle possibilità di design “indipendente”.

Si tratta di termini e spazi teorico-operativi ancora in buona parte da chiarire e precisare, anche in relazione alle veloci trasformazioni e accadimenti in corso. Obiettivo comune prefigurare possibilità di progetto, produzione, distribuzione, consumo di merci e servizi che da una parte rispondano a esigenze, bisogni o necessità puntuali e non coperte dai prodotti mass-market, dall’altra recuperino il senso di un agire manuale e intellettuale individuale-collettivo in grado di delineare contesti meno massificati e alienati, più vicino alle singole persone. In questo modo tali approcci vanno oggettivamente esplorando modelli economico, sociali e culturali complementari e/o alternativi a quelli dominanti.

Al di là di qualche confusione, che ad esempio li ha mischiati con la rinnovata attenzione per il “saper fare” manuale e artigianale, autoproduzione e maker avevano già spopolato all’ultimo Salone del mobile di Milano. Per gli addetti ai lavori, e solo per rimanere in Italia, sono un ambito di attenzione e operatività ormai da tempo: la torinese Operae (quest’anno nelle spettacolari officine Ogr, ex Fiat) è alla quarta edizione; analoghe iniziative milanesi si sono succedute negli ultimi anni attorno a molteplici ricerche teoriche e progettuali, a cominciare fra gli altri da quelle ispirate da Stefano Maffei; datano ormai 2005 il progetto e il successo internazionale della piattafroma hardware opensource Arduino di Massimo Banzi, che ha contributo al fenomeno dei Fab-Lab, laboratori digitali e fisicamente condivisi per autoproduzioni.

La prospettiva del Diy (Do-it-yourself) ha progressivamente costruito propri spazi: nella modalità analogica o in quella digitale della produzione 3d, ma anche nell’approccio più sofisticato del custom design e del fare su misura per esigenze specialissime al margine o fuori dalle logiche del mercato. Certo il concetto di maker introduce termini e prassi nuove: dall’idea di community di lavoro, fisicamente dentro i Fab Lab o virtualmente online, al progetto open source con molti padri, alle logiche crowd, di agire dentro la folla della rete, per mischiare conoscenze o recuperare risorse economiche.

Rimane utile a questo punto però l’esercizio di pensiero e conoscenza: per distinguere, per criticare, per affinare la qualità oltre alla quantità. Magari anche per mettere a disposizione qualche strumento nuovo per il sistema delle piccole e medie imprese, oggi in difficoltà. Senza che maker e autoproduzione divengano la panacea di ogni male. Come in verità sta già un po’ accadendo da parte di frettolosi comunicatori o uomini di economia; talvolta gli stessi che per molti anni ci hanno raccontato che il design era solo luxury oppure che era obbligatorio delocalizzare, essere dimensionalmente e finanziariamente grandi, e ancora puntare tutto sul valore del brand con investimenti massicci in comunicazione e pubblicità, nel frattempo distruggendo il “saper fare” produttivo e poi ricerca, innovazione e design. Maker e/o autoproduzione configurano solo una possibilità. Da non sprecare.

da “il fatto quotidiano”, 14 ottobre 2013

Salone di Francoforte 2013: la solita ‘vecchia’ Fiat

settembre 21st, 2013, category: Blog, 0

Certo è come sparare sulla Croce Rossa, ma il “caso” Fiat – cui ci siamo dedicati in passato e di cuiMontrone ha scritto in questi giorni sul fattoquotidiano.it – senza alcun accanimento, né disfattismo e vittimismo italiota, oltre ad essere significativo in sé permette di ragionare sui problemi dell’impresa e del lavoro contemporanei, in particolare in Italia.

Al Salone di Francoforte la maggioranza delle case automobilistiche presenta prototipi e vetture che ragionano su nuove fonti energetiche; Fiat soprattutto restyling di modelli vecchi.

Come ho già avuto occasione di scrivere – e con me altri con più dovizia – si tratta di un’azienda “senza prodotto”, con ridotta ricerca e sviluppo, poca applicazione a conoscere dove stanno andando persone e mondo. In sostanza, ma non diciamo nulla di nuovo, soprattutto una finanziaria.

Il rapporto fra impresa e finanza oppure l’ingresso delle logiche finanziarie nelle aziende ne hanno profondamente mutato caratteri, logiche e prassi. Dal nostro punto di vista è sostanziale la riduzione di interesse per il tema del lavoro, in termini di occupazione ma anche di lavoro “ben fatto” e di “buon progetto”, che invece da sempre caratterizzano il made in Italy.

In tutta evidenza è una questione che non riguarda unicamente la sola e “solita” Fiat, ma anche una certa quantità di industrie italiane. Si tratta di un modello di impresa, che negli anni ci è stato spacciato come obbligatorio anche dagli economisti: bisogna essere grandi dimensionalmente e finanziariamente, delocalizzare la produzione, “ottimizzare” i costi con l’ansia del rendimento nel breve tempo per azionisti e manager; conta solo la forza del brand o il mercato del lusso e cosi via.

In questo modo in Italia ci siamo forse giocati il sistema distrettuale, un’equilibrata evoluzione delcapitalismo familiare o il passaggio ad uno manageriale, senza parlare dell’idea di un’impresa “responsabile”. Certo in questi decenni perduti – inseguendo rimpianti passatisti o necessità personali ma, e questo è ancora più grave, per miopia o connivenza senza capacità di contrasto o proposta alternativa – qualcuno ha illuso che si poteva continuare ad evadere il fisco, fare in nero o pagare mazzette; le associazioni di categoria hanno privilegiato le relazioni politiche piuttosto che le politiche di conoscenza e di innovazione; il sindacato ha difeso le proprie rendite di posizione, dedicando limitate attenzioni al lavoro e ai lavoratori “nuovi”.

Esempi a livello mondiale ci parlano di altre possibilità e modelli, che si muovono in equilibro fra locale e globale, esplorano la “coda lunga” dei mercati non necessariamente massificati e omologati senza qualità, coltivano strategie di lungo periodo e identità, assieme all’obbligata necessità di sapere, conoscenza e progetto di fronte a trasformazioni di tecnologiche, media, società e cosi via.

Certo si fa molto prima a dire che c’è crisi e non ci sono più soldi; la questione invece è dove metti quei pochi o tanti che hai. Di sicuro Fiat non li ha messi nei prodotti che, come dimostra ancora Francoforte, sono vecchi e datati nella concezione e nel design. In compenso continua a investire denari ad esempio in pubblicità televisiva e sui giornali, per catturare il mercato o, viene anche il dubbio, allo scopo di ammorbidire l’esercizio della libera opinione giornalistica. Ma qui la questione più generale e grave rimane quella del rapporto drogato fra media e potere politico ed economico.

Questo permette di affrontare un altro problema, anche in questo caso non solo Fiat, relativo al ruolo malinteso e allo strapotere della comunicazione, in termini di logiche di investimento. Nessuno nega necessità e piacere del “comunicare”, ma – in epoca di rinnovate possibilità legate ai nuovi media, alle tecnologie, al ritorno della mai sopita forza del “passaparola”, legata alla reputation aziendalee dei prodotti – talune modalità e strumenti paiono datati, non propriamente prioritari, decisivi né memorabili. Un unico imperituro ricordo, ad esempio, rimane dei passaggi televisivi torinesi: i bobbisti giamaicani del Doblò e davvero troppo poco altro.

Per fortuna non tutte le imprese italiane sono decotte; ai segnali nuovi che arrivano da quelle che stanno affrontando questa fase difficile e di trasformazione è allora utile guardare; per questo provo a promettere a me stesso di non occuparmi più di Fiat! Almeno fino al prossimo modello…

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 19 settembre 2013

Paolo Rosa, il saluto all’artista di Studio Azzurro

agosto 25th, 2013, category: Attività Editoriale, Blog, 0

Questo è un ricordo e saluto ad un amico: è venuto a mancare Paolo Rosa.

Aveva 64 anni ed è stato uno dei fondatori diStudio Azzurro, “bottega d’arte contemporanea”, che fra i primi in Italia ha progettato e realizzato opere, fra l’altro, nel campo di videoarte e videoinstallazioni, di interattività e multimedia. Di certo è stato uno fra importanti e innovatori artisti nel nostro paese, riconosciuto a livello internazionale.

Dal 1982, insieme a Fabio CirifinoLeonardo Sangiorgi e con moltissimi collaboratori che si sono succeduti negli anni in un “laboratorio” abbastanza unico nel panorama italiano, ha ideato e partecipato a mostre – da Kassel alla Biennale di Venezia, e all’ultima stava lavorando, a Fare gli Italiani. 150 anni di storia italiana in occasione delle celebrazioni dell’Unità d’Italia nel 2011 –, festival e manifestazioni, ma anche intervenuto in ambito pubblico per musei e gallerie.

Rosa ha sempre accompagnato l’impegno professionale con quello civile e politico, come intellettuale, artista e progettista attivo nella società. Ha insegnato molti anni all’Accademia di Brera a Milanoe di recente all’Università Iuav; ha scritto libri, fra cui l’ultimo cui teneva molto, L’arte fuori di sé. Un manifesto per l’età post-tecnologica.

Altri diranno meglio del suo lavoro; io ne ricordo intelligenza, impegno e disponibilità umana.

pubblicato su “Il fatto quotidiano”, 21 agosto 2013

design. progettare gli oggetti quotidiani

agosto 25th, 2013, category: Attività Editoriale, Blog, 0


Una sveglia, una lampada, una sedia, ma anche siti web, reti e servizi. All’origine delle «cose», fisiche o immateriali, che ogni giorno entrano nelle nostre vite, esiste un processo globale di progettazione nel quale convergono ideazione e produzione, impresa, uso, consumo e riuso: è il design. Dopo averne descritto le caratteristiche costitutive e il campo d’azione l’autore ci guida nelle sue applicazioni nel contesto internazionale ed in quello italiano, dove il design ha trovato un terreno fertile per esprimersi ai massimi livelli trasformando alcuni oggetti in icone del vivere quotidiano. E domani? Quale sarà il suo destino? Quali sfide e quali rischi per il designer del terzo millennio?

Il design globale di Antonio Citterio

febbraio 8th, 2011, category: Attività Editoriale, 0

Questo è il testo di apertura del volume da me curato per Electa “Antonio Citterio. Industrial design”.

Antonio Citterio, architetto, è certo fra i maggiori progettisti italiani; collabora intensamente con alcune delle più importanti industrie del furniture design, non solo del nostro paese, come B&B, Kartell, Flexform, Tisettanta, Flos, Vitra, Arclinea, Ansorg, Iittala, Pozzi Ginori e diverse altre. Al lavoro nell’industrial design ha affiancato, ormai da un ventennio, progetti nel campo dell’architettura, per residenze private, ma soprattutto per spazi pubblici, dagli showroom di vendita ai luoghi della produzione, agli uffici. Read the rest of this entry